Quando ci affidano la ricerca di una persona appartenente alle Categorie Protette, c’è una domanda che ci facciamo prima di tutte le altre.
Quali sono le competenze per avere successo in questo ruolo?
Sembra banale.
In realtà non lo è.
Perché troppo spesso il punto di partenza diventa la disabilità.
Per noi, invece, il punto di partenza sono sempre le competenze.
Le competenze tecniche.
L’esperienza.
I risultati raggiunti.
Il potenziale.
Solo dopo analizziamo tutto ciò che riguarda la persona.
Le soft skill.
Il modo di lavorare.
Le aspettative.
La compatibilità con la cultura aziendale.
E solo quando questi due aspetti sono stati verificati affrontiamo il terzo passaggio.
Capire come rendere il lavoro concretamente sostenibile.
Quali adattamenti sono necessari?
Quali strumenti?
Quali modalità organizzative possono permettere alla persona di esprimere tutto il proprio valore senza creare criticità alla persona stessa e all’azienda.
Per noi questo è il processo corretto.
La ricerca di una persona appartenente alle Categorie Protette non è una ricerca diversa.
È una ricerca come tutte le altre.
Con qualche attenzione aggiuntiva da gestire.
Esattamente come accade quando valutiamo disponibilità agli spostamenti, esigenze familiari, trasferte o modalità di lavoro.
Per questo anche la nostra comunicazione segue la stessa logica.
Molti annunci dedicati alle Categorie Protette sono accompagnati dalle stesse immagini: carrozzine, simboli della disabilità, mani che si stringono.
Personalmente credo che, pur con le migliori intenzioni, rischino di trasmettere un messaggio involontario.
Che la caratteristica più importante di quella persona sia la sua condizione.
Noi preferiamo mostrare altro.
Professionisti che lavorano.
Persone che progettano.
Analizzano.
Collaborano.
Prendono decisioni.
Perché è questo che ci interessa davvero.
Non la loro etichetta.
Ma il valore che possono portare in un’organizzazione.

